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Nella Valle dell’Aniene i Giganti dell’acqua

L’incanto della Valle dell’Aniene e le meraviglie ingegneristiche degli antichi romani. Due ottimi motivi per scegliere l’itinerario alla scoperta dei “Giganti dell’acqua”, i grandiosi resti delle prime opere pubbliche concepite dall’ingegno umano sul pianeta Terra e costruite tra il 270 a. C. e il 32 d. C. per l’approvvigionamento idrico della Città Eterna. Gli antichi acquedotti riforniti dal fiume e dalla sorgenti dell’alta Valle dell’Aniene erano quattro (su 11 totali) e attraversavano almeno quaranta miglia (circa 60 chilometri) per arrivare a Roma. Le condotte dell’acqua correvano su arcate monumentali e ponti di pietra. Tutto in perfetta armonia con il paesaggio naturale: la campagna romana compresa tra Tivoli, Castel Madama, Vicovaro, San Gregorio da Sassola. Il grande scrittore latino Plinio il Vecchio spiega l’importanza così:

Chi vorrà considerare con attenzione la distanza da cui l’acqua viene, i condotti che sono stati costruiti, i monti che sono stati perforati, le valli che sono state superate, dovrà riconoscere che nulla in tutto il mondo è mai esistito di più meraviglioso

Ed è uno spettacolo fantastico immaginarne l’arrivo e la distribuzionedell’acqua nell’Urbe di più di duemila anni fa: sgorgava dalle circa 1.300 fontane pubbliche, alimentava quelle monumentali, riempiva circa 900 piscine e le tante terme pubbliche, trasformava in veri e propri bacini piazze e luoghi in cui si svolgevano spettacoli incredibili come le naumachie, cioè le battaglie di navi.

Un breve itinerario alla scoperta del Giganti dell’Acqua, tutto compreso nel raggio di circa un chilometro e mezzo, parte da appena fuori Tivoli. La prima tappa si trova, infatti, a 2,7 chilometri dal centro della cittadina e ad 1,4 dal cimitero monumentale, nel cui piazzale si trova il capolinea dei bus. Siamo sulla via Empolitana.
La prima tappa è l’arcata degli Arci (raggiungibile facilmente a piedi tramite un marciapiedi a partire dal cimitero), oggi perfettamente inglobata nella viabilità locale. E’, infatti, la porta d’ingresso alla Valle dell’Aniene, sul fosso di Empiglione. Ma rappresenta uno “splendido nodo” degli acquedotti romani secondo la definizione di Rodolfo Lanciani, archeologo, ingegnere e topografo protagonista della più grande stagione di scavi romani.

Lo splendido nodo

Ed ecco perché Lanciani definisce il luogo “spendido nodo”: in uno spazio di circa 80 metri confluivano la condotta Marcia, l’Empolitana antica, l’Anio novus e l’Empolitana di età medioevale. C’è poi il moderno viadotto del 1755 progettato dall’architetto Gerolamo Theodoli. Nel fosso, ancora visibili, enormi massi di muratura precipitati. Restano, oltre alla lunga serie di arcuazioni dell’Anio novus sulla sponda sinistra, la base dei piloni e gli ultimi due archi di ambedue gli acquedotti. L’arco dell’Anio novus con i suoi 32 metri rappresenta una delle massime altezze degli acquedotti. È sormontato da una torretta medioevale, mentre sul lato interno si trova un affresco di Madonna attribuibile alla trasformazione in porta difensiva e poi daziaria (la Porta Adriana). L’arcata della Marcia conserva la ghiera a blocchi di tufo inserita in una struttura di cemento. Sotto corre lo speco (la conduttura) del ben più antico Anio vetus, il secondo acquedotto pubblico di Roma dopo l’Aqua Appia del 312 a.C.

Una scoperta inattesa

Al ponte degli Arci, durante la ripulitura, è tornato alla luce uno dei cippi numerati dell’acquedotto, che si susseguivano con numero crescente a partire da Roma lungo il tracciato. La pietra di travertino ha incisi i dati canonici: nomi dell’acquedotto e dell’imperatore Augusto, riferimento al senatus consultum, numero d’ordine, indicazione della distanza dal cippo precedente. E’ il cippo numero 863. Nei pressi di Tivoli sono stati rinvenuti i numeri 803, 815, 819, 823. Era una segnaletica chiara per indicare che lì era vietato qualsiasi intervento privato, oltre che fondamentale per le manutenzioni: riportati su speciali mappe (formae) in uso alle maestranze dipendenti dal magistrato delle acque (curator aquarum), consentivano di localizzare e raggiungere i punti bisognosi di intervento.

Seconda tappa. Via dei Ruderi romani, dall’acqua al vino

Seconda tappa appena oltre il Ponte degli Arci, in via dei Ruderi Romani. La condotta dell’Anio novus in uscita da colle Monitola corre su una serie di archi, dove è in corso un cantiere della Soprintendenza. Anche qui spunta un riutilizzo avvenuto nei secoli successivi: sotto la struttura erano state costruite delle vasche per la spremitura dell’uva. C’è un punto di osservazione da cui scorgere la sezione della condotta vera e propria, il cosiddetto “speco” nel quale defluiva l’acqua, con i chiari segni delle incrostazioni calcaree.

Terza tappa, Anio novus a Castel Madama

Da qui, ancora poco più di un chilometro lungo la via Empolitana e i “Giganti dell’Acqua” si stagliano a profilare la campagna romana, proprio all’altezza del bivio per il borgo di Castel Madama. L’originaria struttura di età Claudia si unisce alle ricostruzioni Adrianee. Proprio in questa valle l’Anio novus si divideva in due rami, uno a seguire l’Empolitana e l’altro a deviare verso sud con scavalco del fosso dell’Empiglione.

Per immergersi ancora di più nella natura, verso San Gregorio da Sassola

E poi? Dove portano “I giganti dell’acqua” per chi volesse aggiungere un’altra tappa? La visita diventa wild, si punta verso San Gregorio da Sassola. Bisogna spostarsi si circa 14 chilometri, occasione magari per concludere la giornata in uno dei borghi medievali più suggestivi della Valle dell’Aniene. Da Anio novus c’è una strada che, tagliando per località Prato del Ghiaccio, passa sotto l’autostrada A24, arriva fin sotto il borgo di San Gregorio da Sassola e procede verso via Faustiniana. Sbucati su via Faustiniana bisogna percorrere circa un chilometro prima di fermarsi e deviare (solo a piedi) verso una strada sterrata: in parte è ancora presente il lastricato originale che porta ad uno dei più affascinanti scorci delle rovine degli acquedotti.

Il Ponte della Mola

Il sentiero costeggia il fosso e dopo poco più di un chilometro spunta il Ponte della Mola (due ordini di arcate per un’altezza di 24 metri), si risale verso Ponte San Pietro, si passa per la chiesetta di San Filippo per reimmettersi sulla via Faustiniana. Dopo un chilometro un’altra sterrata porta al Ponte Sant’Antonio, cioè i resti dell’Anio novus nel tratto in cui scavalca Fosso dell’Acqua Raminga con 50 metri di altezza. Poi un altro chilometro per ritornare sulla Faustiana. Da qui si può puntare sul cocuzzolo di Gregorio da Sassola per entrare in un’altra storia: quella di un castello incantato che racchiude un borgo (a circa sei chilometri di distanza). Perfetto luogo per la cena, per dormire e proseguire magari il giorno dopo ad inoltrarsi nel cuore del Lazio seguendo le affascinanti rovine delle vie dell’acqua fino alle sorgenti di Trevi nel Lazio e Marano Equo, passando per Vicovaro.

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